le citazioni non richieste/paola

21 09 2010

Agosto ti imprigiona nel tuo dover essere adulto. Poi passa, poi negli altri mesi secondo me ce la caviamo meglio a svicolare: il lavoro ad esempio ci aiuta molto a far finta di non esserci. Lasciamo i figli ai nonni o alle baby sitter, è lo stesso, e ce ne andiamo spensieratamente al lavoro.

Paola Mastrocola

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le cronache chiare/marianne o sullo stesso punto/4

22 04 2010

E sola si sentiva per tutte le strade, per tutte le case che aveva passato cercandone disperatamente, di baci di sera e di foto sul muro.
Marianne si muoveva di disperazione, per le strade incomprese del nulla che non le dava ragione, e pace introvandovi, lamentava, che il tempo era andato e non vi era altro tempo per vecchi lamenti che al tempo di oggi non v’era accoglienza.

Che gli altri, mancandolo, avrebbero detto del moto creduto, e mai e poi mai, domandato.

Tschuggen, 24 dicembre 1987, verso sera.





le cronache chiare/mathias+nina

24 02 2010

Erano sopra Zurigo quando successe.

Lo sentì lui, lei dormiva, completamente poggiata sulla sua spalla, con l’espressione sul viso di chi ancora conosce, il dormire pesante del senza pensieri, la tranquillitudine.

Successe in un attimo ch’era in altri pensieri, irreversibilmente perduto nei conti da pagare, le faccende di domani, l’ingerenza degli altri.

Sentire quella piccola testa sulla spalla, il profumo del balsamo che lei non sapendolo gli spargeva alle spalle, a fine serata e al termine, delle attese pazienti per le parti restanti.

Fu allora, che trovandosi in coda lo sentì pur più forte, degli altri, e guardandosi intorno dovette accettarvi d’esservi solo, che altruni se c’erano si trovavano inconsciamente presi dai propri sonni.

Mathias si trovò distintamente sdraiato dentro le proprie paure, al sobbalzo inatteso che l’aereo spostandosi in vuoto scaricò su di lui, e su di lui solamente.

Fu allora, soltanto allora che che ebbe ad ammetterlo, che in fondo preferiva morirne per sbaglio che sopravviverle in solo.

Berlino-Zurigo, 22 febbraio 2010.





le cronache chiare/marianne o della fine inattesa/3

9 12 2009

Così, muovendosi mollemente verso la piazzetta deserta del primo mattino, cercava nella tasca del cappotto l’abbonamento del bus che cercava più volte al giorno lasciandolo in un luogo diverso, odiando quel rito insensato del controllo preventivo, lei che il biglietto lo pagava da tutta la vita e non capiva, quelli che non pagavano poi da che parte finivano, a perdere tempo, inutilmente.

Marianne era una che il sovvertimento non l’aveva mai interessata, che in fondo non era cosa dei suoi giorni il ribaltamento del cosmo e sistemi confini, nessuno, l’aveva vista mai ribellarsi pubblicamente alla vita in quello che le si era sfacciatamente rivelata. Qualcuno, l’aveva vista smarrita nella continua, incessante ricerca che le moveva i piedi e le mani, non la faceva finire, l’allontanava. Pensava, mentre il bus si spostava pesante per le strade umide e strette delle montagna, nel percorso allungato e nervoso del primo mattino, che le regalava almeno, togliendoglielo, il tempo di pensare alle cose cercandogli un senso, volendolo, trovare, forse lo avrebbe trovato, rubato, abbellito in altri angoli che non gli appartenevano.

Si spostava dalla vuotitudine delle cose accatastate sul sale, come amava fare nei momenti di rara, solitudine, in cui nessuno stava aspettandosi qualcosa dalle sue mani inutili di mansioni segretariali accuratamente svolte senza guardare, ignorandole, per ragioni mai indagate che lei nemmeno volendolo avrebbe potuto, fermarsi a spiegare a chi vestiva altri panni, riempiva altri letti e non conosceva.

Aveva voluto fare molte cose Marianne, avendo invecchiato distrattamente negli anni di dolorosi, doloranti spostamenti incessati e ricerche si era ritrovata, nuovamente seduta al divano di tutte le sere e di tutte le case che aveva adattato a sè stessa, sorridendosi sola, interrogandosi all’anima per non disperare.

Così sì dondolava di nevrosine mista in silenzio dal sedile del bus, spostandosi in punta di gambe su un tremolio di ritorno, sporcamente riflessa nel finestrino gelato tra le gocce in discesa pensava che certo, per il lavoro si era acclimatata presto sul niente, avendoci riflettuto e lungamente, che scrivere e vivere non erano possibili insieme, non nel suo concetto di libertà prematura che la aveva frettolosamente trasferita nei luoghi meno ospitali, e che l’aveva condotta ad accettare un lavoro tra gli altri di umiliazioni e sbadigli per non lasciarsi morire, non di fame, perlomeno.

Ma del resto del piatto non poteva rassegnarvisi, spingendolo a forza e bicchieri di latte a addolcire la cosa, che aveva lungamente investito e creduto nei prossimi, e pazientemente aveva atteso e mischiato, e poi smosso e cercato, e ancora provato, e poi, ostinatamente non si era voluta adagiare a mangiare di pasta e fagioli anche al momento del dolce. Li aveva cambiati cercandone altri, poi altri migliori, e alla fine si era ritrovata parlandosi sola di un nulla di nuovo che mai e poi mai sarebbe arrivato.

Sfinendosi, si era infine accontentata ad amarli poi quelli, dovendo concludere che non ce ne erano degli altri.

Tschuggen, 18 novembre 1987, un’ora e tre quarti più tardi.





le cronache chiare/marianne o della fine inattesa/2

24 11 2009

Rientrava silenziosamente al termine dei giri sforzandosi di non fare rumore, girando la piccola chiave cerchiata di viola, salendo le scale con certa soavità che ripeteva rispetto, quello che gli altri non le avevano poi sempre riconosciuto, sordidamente intenti a sbigare dell’altro, per giustificazione. Marianne si muoveva lievemente sui pochi gradini che la separavano dal calore di casa,  per non svegliare la Blanche che già si era alzata, e a 87 anni compiuti ancora divideva con lei lo stesso pianerottolo, l’ora si sveglia e quella di letto, la completudine di un piccolo animale che le desse l’immagine almeno, di qualcuno cui parlottare di fronte al rientro, per distrazione, mentre sbollentava la verdura di poco passata, che comunque ancora era buona, per risparmiare.

Erano le 6.40 della stessa mattina, e il profumo di casa le riempiva la faccia, mentre avvicinandosi ai fornelli si rinfrancava, di latte caffè e le solite assenze, quelle che avrebbero alleggerito il peso dei giorni e invece s’andavano, ingrossando liberatamente, rappresentando, come una caviglia di certa gravidanza di niente che vuoto per vuoto gonfiava lo stesso, e dolevano i seni in cerca di mani, dove nulla di altro avrebbe potuto.

Stringendosi, Marianne s’allontanava dal fornello nervosamente, iniziando a smuoversi di pesantezze scomposte per la casa, fingeva pretese diverse sistemazioni di arie, le confusioni che si insinuavano negli angoli arruffati della casa, nei mesi negli anni, nei vuoi e nei pieni, che le mani avevano pur sempre trattenuto per sopravvivenza. Si preparava. Infilava un’altra delle stesse camicie che cambiava il colore, il pantalone di rito e le calze nascoste,  i capelli, leggeri sui pensieri pesanti, si incamminava.

Muovendosi verso la salita del bus respirava di fretta e si riempiva le spalle, dei doveri di grigio e le nuove umiliazioni che attendevano di essere sopportate.

Tschuggen, 18 novembre 1987, un’ora dopo.





le cronache chiare/marianne o della fine inattesa/1

19 11 2009

Erano le sei del mattino, come ognuna delle 10’402 mattine trascorse, e di tutte le prossime a venire, per disperazione. Marianne scendeva dal letto a soppalco nella sala, inciampandovi nei vestiti lasciati cadere la sera prima, stancamente, quando nemmeno il senso del termine si faceva ritrovare a darle un certo sollievo, in solitudine.

Da sotto, l’attendevano già, scodinzolando, pigri eppur svegli, i due bassotti a pelo duro che le dividevano lo spazio, la casa, la vita dei giochi e quella dei giorni, lasciati correre sordidamente, inspiegabilmente uguali a sè stessi e non trovandole pace, sola si sedea sullo sgabello del tavolo a tre gambe, cercando involontariamente di rimettersi insieme, nello spazio di niente con niente che andava a sommarsi, inaridendola.

Si muoveva gravemente intorno alle cose, cercando le gazelle della sera prima, infilandole per metà, col tallone avvolto nella calza grigia consumata di lavaggi e passaggi mancati, di millevole scale, salite di forza e coraggio senza che nessuno, nessuno, le avea poi dato veramente il braccio. Sapeva, che sarebbe scivolata nell’autunno di foglie e di nebbia di quell’ora del mattino che dividevano in pochi, sporcandosi le calze e il bordo del pigiama di quel poco di fango, che poi strofinandolo avrebbe dovuto cacciare dal pigiama azzurro che le rimaneva scolorendosi di acqua fredda e sapone, senza veramente, uscirne chiarificato.

Lì fuori, sapeva che già doveva essere iniziata la giornata , per Ambroise che si teneva stretto e saldo il manico umido della scopa di foglie per aprire lo spazio ai clienti, che in numero esiguo si sarebbero rivolti,  con certa speranza, alle briosche poco cotte del primo mattino, per Florian, che rinchiuso del freddo nel cappellino di lana verde chiaro posava la testa sullo schienale, e sforzandosi di tenersi prevalente diritto doveva scrivere messaggi ansiosamente, ripetevolmente, alla fidanzata lontana che ancora si teneva la testa poggiata sul suo cuscino, a cercarne d’imprigionare la presenza, come a tenere la vita, che scivolosamente, sfuggiva di fuori a consumarsi nelle piccole cose, togliendosi il senso, a perdersi in pace.

Tschuggen, 18 novembre 1987.





le cronache chiare/di vivienne o del disilluso

2 11 2009

Sedeva su una di quelle vecchie sedie che dovevano esser state pelle rossa, di un certo pregio se non fossero fermate al mercatino delle pulci di Neuchâtel, di certe vite andate nella speranza di farne qualcosa di più, miserevolmente. Vivienne contava i semi arrugginiti nella mano di molti anni prima, i primi germogli guardati nascere con certa gratitudine, intuendolo, il fiume di acconsentitudini che ne sarebbe venuto, che lei si era riconosciuta dai primi abbozzi, dalle prime litigate scomposte con le compagne di scuola, che lei non era una di quelle, di quelle che seguono il corso degli eventi, indomandolo.

Così era che si ritrovava solitariamente parlandosi nelle letture insolite di romanzi inglesi di un secolo precedente, nei salottini universitari di poc’eleganza, dov’ella potea concedersi senza riserve alle chiaccherate sulla bellezza e sulla vita, e il bene e il male, e le travagliate ragioni, pudorosamente perdendosi, in attimi di conclusioni e calori al viso per eccessi d’incontrollabile, perturbabilità.

Sentiva, che quell’era il luogo ch’avea mille volte cercato nei desideri, allungandolo di latte di miele e di ombre che mai e poi mai, sarebbero allontanate. E allontanarsi dovettero, esaurito il tempo dell’attesa e del fremito, erano i giorni che alle domande seguivano le risposte, le rivelazioni in forma di bruciature miste non richieste. E Vivienne sedeva dentro se stessa, rimirandosi i germi di quel che sarebbe potuto essere, fosse stata diversa la nostra vita.

Neuchâtel, 2 novembre 1927.

a virginia








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