per quelli che/trasferirsi a Zurigo

4 11 2010

ci pensano da tanto, ci pensano da poco, non ci avevano mai pensato, o forse come noi si sono semplicemente innamorati di uno svizzero di Zurigo e poi non ci hanno potuto fare nulla, e soprattutto per la nostra cara Fru che ce la sta facendo, abbiamo ritrovato una comoda guida per vivere e lavorare a Zurigo da immigrati che vi farà molto comodo.

Per quelli come noi, che studiano e studiano e galoppano ancora sull’A2, riproponiamo i podcast gratuiti in tedesco e svizzero tedesco che ci accompagnano in tanti viaggi in treno, o la sera quando stanchissimi ci rifugiamo, e sveniamo di sonno mentre la signorina della Scuola Club Migros ci sfinisce di parole.

Per quelli che vogliono parlare di Svizzera ma ancora non parlano lo svizzero (tedesco) proponiamo l’English Forum Switzerland, dove con l’inglese ve la caverete benissimo a capire le prime cose su questa bellissima città.

Per quelli che non la conoscono ancora e ci si vorrebbero già orientare come locali, consigliamo tutte le applicazioni iPhone di Svizzera Turismo, che, ammettiamolo, sono le applicazioni più belle e gradevoli da usare che si siano mai viste in giro (e questo lo diciamo con serissima cognizione di causa).

Per quelli che cercano un lavoro e vogliono partire dalla rete straconsigliamo Jobs.ch, che vi offre un servizio eccezionale di Job DNA che vi serve per conoscervi meglio dal punto di vista professionale anche se un lavoro non lo state cercando. E che se siete in movimento vi offre la comodissima applicazione iPhone per non perdervi più un’offerta di lavoro.

Per quelli che prima di sapere che gli piace vogliono saperne di più, imperdibile è il blog di Zurigo Turismo, che di informazioni utili ve ne da ogni giorno e per tutti i gusti.

Per quelli che prima di partire vogliono sapere se è vero che Zurigo è cara (e se siete italiani cara vi sembrerà parecchio) abbiamo Expatistan, che vi darà indicazioni precisissime su come spenderete i vostri soldi tra queste strade.

Per tutti quelli che vengono da sud e vogliono sapere come si troveranno, prima di dire che gli svizzeri sono freddi e le città piccole e alle 6 si cena e alle 10 si dorme, consigliamo un serio esame di coscienza prima di andare dove non vorrebbero stare.

Per quelli che invece come noi ci si dedicano, di consigli su luoghi, cibi, locali, percorsi ne abbiamo a volontà, e non vediamo l’ora di darveli. Dateci il vostro numero e ci vediamo in stazione.

 

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le cronache chiare/mathias+nina

24 02 2010

Erano sopra Zurigo quando successe.

Lo sentì lui, lei dormiva, completamente poggiata sulla sua spalla, con l’espressione sul viso di chi ancora conosce, il dormire pesante del senza pensieri, la tranquillitudine.

Successe in un attimo ch’era in altri pensieri, irreversibilmente perduto nei conti da pagare, le faccende di domani, l’ingerenza degli altri.

Sentire quella piccola testa sulla spalla, il profumo del balsamo che lei non sapendolo gli spargeva alle spalle, a fine serata e al termine, delle attese pazienti per le parti restanti.

Fu allora, che trovandosi in coda lo sentì pur più forte, degli altri, e guardandosi intorno dovette accettarvi d’esservi solo, che altruni se c’erano si trovavano inconsciamente presi dai propri sonni.

Mathias si trovò distintamente sdraiato dentro le proprie paure, al sobbalzo inatteso che l’aereo spostandosi in vuoto scaricò su di lui, e su di lui solamente.

Fu allora, soltanto allora che che ebbe ad ammetterlo, che in fondo preferiva morirne per sbaglio che sopravviverle in solo.

Berlino-Zurigo, 22 febbraio 2010.





abbiamo atteso

2 01 2010

la mezzanotte, quasi come le altre notti, dove non l’hanno attesa in molti, specializzandoci.

Sufers, 127 abitanti di cui nemmeno 50 bevevano il vin brulé insieme a noi, sotto il tetto della stessa stalla, nel nido rilasciato dall’incontro di svariate tobleroniche montagne e in viso il lago, coprivasi di neve lasciandoci involtati, attarallati direbbe qualcuno, in un mondo piccolo come una casa illuminata dalla luna.

Col nuovo anno poi eravamo in quattro, su una panchina di neve alla cima altissima del monte, a buttarci giù in slittino biposto dentro del nulla, e le schegge di neve a scostarsi piano sul nostro viso. Così, di dentro una conca di caldo e baci, abbiamo aperto gli occhi sul 2010.

E vogliamo credere sia solo l’inizio.

Felice inizio per tutti voi.





le cronache chiare/marianne o della fine inattesa/2

24 11 2009

Rientrava silenziosamente al termine dei giri sforzandosi di non fare rumore, girando la piccola chiave cerchiata di viola, salendo le scale con certa soavità che ripeteva rispetto, quello che gli altri non le avevano poi sempre riconosciuto, sordidamente intenti a sbigare dell’altro, per giustificazione. Marianne si muoveva lievemente sui pochi gradini che la separavano dal calore di casa,  per non svegliare la Blanche che già si era alzata, e a 87 anni compiuti ancora divideva con lei lo stesso pianerottolo, l’ora si sveglia e quella di letto, la completudine di un piccolo animale che le desse l’immagine almeno, di qualcuno cui parlottare di fronte al rientro, per distrazione, mentre sbollentava la verdura di poco passata, che comunque ancora era buona, per risparmiare.

Erano le 6.40 della stessa mattina, e il profumo di casa le riempiva la faccia, mentre avvicinandosi ai fornelli si rinfrancava, di latte caffè e le solite assenze, quelle che avrebbero alleggerito il peso dei giorni e invece s’andavano, ingrossando liberatamente, rappresentando, come una caviglia di certa gravidanza di niente che vuoto per vuoto gonfiava lo stesso, e dolevano i seni in cerca di mani, dove nulla di altro avrebbe potuto.

Stringendosi, Marianne s’allontanava dal fornello nervosamente, iniziando a smuoversi di pesantezze scomposte per la casa, fingeva pretese diverse sistemazioni di arie, le confusioni che si insinuavano negli angoli arruffati della casa, nei mesi negli anni, nei vuoi e nei pieni, che le mani avevano pur sempre trattenuto per sopravvivenza. Si preparava. Infilava un’altra delle stesse camicie che cambiava il colore, il pantalone di rito e le calze nascoste,  i capelli, leggeri sui pensieri pesanti, si incamminava.

Muovendosi verso la salita del bus respirava di fretta e si riempiva le spalle, dei doveri di grigio e le nuove umiliazioni che attendevano di essere sopportate.

Tschuggen, 18 novembre 1987, un’ora dopo.





se ci cercate

16 10 2009

questo fine settimana, siamo a Basilea.

Ma non cercateci, va’.

Al massimo richiedeteci, una cartolina firmata Julius Bissier, dal Kunstmuseum.

Aloha.





le cronache chiare/su nanette o dell’insoluto

9 10 2009

C’erano svariati anni di differenza, tra Sophie e lei, e certamente non era quello che aveva creduto di cercare negli anni del desiderio incatenato e mille volte rinnovato, forzatamente, come quei libri che leggeva controvoglia prima degli esami, per abbozzare una risposta a una domanda non richiesta.

Si riponeva, sedendosi sul divano in pelle rossa appena consumata, nella sala da pranzo della loro casa in affitto di molti anni prima, discutendone all’aria per non farsi sentire, impedendosi di prendere una decisione imprendibile, di salutare.

Così le guardava svolgersi lungamente, le ore distanti del ripensamento sommario che prendevano il largo senz’avvederne, delle conclusioni indesiderate sui punti non colti, in cui Nanette si soffermava sulla sensazione raggelante del solo, a chiedersi in pace per chi poteva essere, almeno, e se c’erano profondità diverse sotto i cuscini rosso chiaro della sala da pranzo che non aveva mai voluto e che Sophie aveva comprato nonostante tutto.

Seduta tra le sue profondità, perdendosi, ricordava di lei, e poi degli altri fuori sul finestrino del TILO, stampati a colori indelebili nel vuoto sospeso e imprendibile delle montagne.

E in quel momento, percependolo, si condannava, concedendosi quel nodo alla gola che le impediva di prendere la porta, il senso o non senso del procedere incerto nei momenti dell’essere, l’attacamento alla vita che si manifestava in una bolletta della luce intestata a Sophie, tenendola dolcemente ancorata alla luce del giorno.

cronaca insubrica sulla follia, principio d’autunno 2009, personale.





le cronache chiare/charlie o atto di morte

18 09 2009

Doveva essere cominciato molti anni prima, non ricordava con precisione quanti, ma ricordava la camicia bianca sul completo di lino, la cena con lei, il suo vestito a fiori e foglie d’annunci prematuri, con l’ubriacatura leggera delle giovinezze che si fingono eterne, moltiplicandosi.

Ricordava distintamente le parole del rifiuto sulla soglia, poche e scarne, ma con la forza viva d’imprimersi cancellando, in un minuto d’imbarazzo il senso della vita faticosamente conquistato e ritagliato, lasciandolo seduto sul gradino delle bambole abbandonate, sulla Klybeckstrasse, per compassione.

Non sapeva perchè lo ricordava adesso come il momento in cui tutto era cominciato senz’attenzione, per intento di discolpa, o perlomeno per insinuazione del ragionevole dubbio che si sospingeva, in una vittoria ragionata che lentamente avanzava contro il più debole, controindicandolo.

Così doveva essere pervenuto, al momento del bivio in cui aveva preso una decisione di una tale apparente banalità da confusioni miste e piatti di formaggio molle, che ben si accompagna con l’insalata belga, e costantemente invita al morso successivo, fino al momento della carta bianca che appena odora di quel che v’era prima.

Se ne era accorto in un momento di riflessione ferma, involontariamente o quasi scatenato dallo sguardo di lei che lentamente si abbandonava fino a chiudersi gli occhi, nell’ultimo degli inutili tentativi di passaggio, di quel passaggio che non aveva più portato da nessuna parte ormai.

Eppure, eppure non era la prima volta che provava a spiegargli le cose e si ripeteva che poteva essere più tollerante, che poteva accettarlo, e che comunque delle cose in comune le avevano anche e si potevano trovare, per solidarietà, nell’attimo prima della solitudine abbandonata, che vede il tempo avanzare senza difese, e sottilmente si abbandona a sua volta, rinunciandovi a tutto.

Charlotte si ripeteva che comunque ormai non c’era più tempo e che che lui sforzandosi doveva pur essere meglio, meglio dei mariti delle altre, che al quindicesimo mese di nozze già si erano dimenticati che forma avesse la moglie e si stavano guardando intorno come se fosse scritto a chiare lettere nel contratto, quello che avevano firmato in una mattinata di passione in cui non erano propriamente certi di quello che stavano facendo ma si raccontavano consolazioni di ritorno con cui tentavano di chiudere un vuoto che si ostinavano a credere colmabile, nonostante le evidenze della vita che sfacciatamente tornava a esigere il conto, puntualmente.

E meglio non era, definitivamente, ma questo lei non lo seppe mai, mai fino al momento del per sempre in cui si spiegavano le ragionevoli assenze di equilibrio che a tratti le facevano perdere la testa, in un moto alternato di solitudini e ossessioni di una normalità tranquillizzante che le impedivano una decisione, cedendo alla più intima delle debolezze che le piaceva nominare con le amiche seduzione, e di cui invece percepiva in sottofondo la grandezza e il potenziale taciutamente distruttivo.

E questo era stato il momento in cui lui non potè fare a meno di interrogarsi, spostando la vecchia Ford nell’ombra di una notte a fari spenti, inconsolabile.

L’aveva perduta, dunque. E perdendola non poteva sottrarsi alle incessanti richieste del dopo, che lo tormentavano fino a sentirsi nascere dentro la risposta di lei che per essersene andata non poteva più replicare. Si chiedeva se almeno alla fine, se poi lei avesse avuto un momento di lucidità disperata, di accettazione comprensiva e foss’anche perdono per la vita che non li aveva lasciati scegliere, se avesse capito senza lamentarsi, e si fosse allontanata con un moto di ringraziamento a conclusione, e due passetti svelti e pieni di grazia, accompagnati dal rumore dei tacchi che si agitano esilmente, in lontananza.

E l’impossibilità investigata del non avere certezze lo tormentava, facendolo vagare per ore e ore nel buio più completo della lucidità perduta, in stato indelebile di confusione, senza trovare una soluzione, al fatto che comunque lui le donne le amava, le amava di un amore possessivo e incorporante, come nessuno le aveva mai amate, appunto.

E loro avrebbero dovuto comprenderlo, del resto erano donne, erano fatte per questo, si ripeteva, e invece questa era la tredicesima, non la prima, la tredicesima, che gli aveva spezzato il cuore e lui poi gli aveva dovuto spezzare ad una ad una le ossa, e al termine dei lunghi tormenti, consegnarla alla stessa buca nel prato, quella buca che lui non riusciva a riempire pur continuando a provarci incessantemente.

Basel, 12 luglio 1986.








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