le cronache chiare/marianne o della fine inattesa/3

9 12 2009

Così, muovendosi mollemente verso la piazzetta deserta del primo mattino, cercava nella tasca del cappotto l’abbonamento del bus che cercava più volte al giorno lasciandolo in un luogo diverso, odiando quel rito insensato del controllo preventivo, lei che il biglietto lo pagava da tutta la vita e non capiva, quelli che non pagavano poi da che parte finivano, a perdere tempo, inutilmente.

Marianne era una che il sovvertimento non l’aveva mai interessata, che in fondo non era cosa dei suoi giorni il ribaltamento del cosmo e sistemi confini, nessuno, l’aveva vista mai ribellarsi pubblicamente alla vita in quello che le si era sfacciatamente rivelata. Qualcuno, l’aveva vista smarrita nella continua, incessante ricerca che le moveva i piedi e le mani, non la faceva finire, l’allontanava. Pensava, mentre il bus si spostava pesante per le strade umide e strette delle montagna, nel percorso allungato e nervoso del primo mattino, che le regalava almeno, togliendoglielo, il tempo di pensare alle cose cercandogli un senso, volendolo, trovare, forse lo avrebbe trovato, rubato, abbellito in altri angoli che non gli appartenevano.

Si spostava dalla vuotitudine delle cose accatastate sul sale, come amava fare nei momenti di rara, solitudine, in cui nessuno stava aspettandosi qualcosa dalle sue mani inutili di mansioni segretariali accuratamente svolte senza guardare, ignorandole, per ragioni mai indagate che lei nemmeno volendolo avrebbe potuto, fermarsi a spiegare a chi vestiva altri panni, riempiva altri letti e non conosceva.

Aveva voluto fare molte cose Marianne, avendo invecchiato distrattamente negli anni di dolorosi, doloranti spostamenti incessati e ricerche si era ritrovata, nuovamente seduta al divano di tutte le sere e di tutte le case che aveva adattato a sè stessa, sorridendosi sola, interrogandosi all’anima per non disperare.

Così sì dondolava di nevrosine mista in silenzio dal sedile del bus, spostandosi in punta di gambe su un tremolio di ritorno, sporcamente riflessa nel finestrino gelato tra le gocce in discesa pensava che certo, per il lavoro si era acclimatata presto sul niente, avendoci riflettuto e lungamente, che scrivere e vivere non erano possibili insieme, non nel suo concetto di libertà prematura che la aveva frettolosamente trasferita nei luoghi meno ospitali, e che l’aveva condotta ad accettare un lavoro tra gli altri di umiliazioni e sbadigli per non lasciarsi morire, non di fame, perlomeno.

Ma del resto del piatto non poteva rassegnarvisi, spingendolo a forza e bicchieri di latte a addolcire la cosa, che aveva lungamente investito e creduto nei prossimi, e pazientemente aveva atteso e mischiato, e poi smosso e cercato, e ancora provato, e poi, ostinatamente non si era voluta adagiare a mangiare di pasta e fagioli anche al momento del dolce. Li aveva cambiati cercandone altri, poi altri migliori, e alla fine si era ritrovata parlandosi sola di un nulla di nuovo che mai e poi mai sarebbe arrivato.

Sfinendosi, si era infine accontentata ad amarli poi quelli, dovendo concludere che non ce ne erano degli altri.

Tschuggen, 18 novembre 1987, un’ora e tre quarti più tardi.

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