le cronache chiare/charlie o atto di morte

18 09 2009

Doveva essere cominciato molti anni prima, non ricordava con precisione quanti, ma ricordava la camicia bianca sul completo di lino, la cena con lei, il suo vestito a fiori e foglie d’annunci prematuri, con l’ubriacatura leggera delle giovinezze che si fingono eterne, moltiplicandosi.

Ricordava distintamente le parole del rifiuto sulla soglia, poche e scarne, ma con la forza viva d’imprimersi cancellando, in un minuto d’imbarazzo il senso della vita faticosamente conquistato e ritagliato, lasciandolo seduto sul gradino delle bambole abbandonate, sulla Klybeckstrasse, per compassione.

Non sapeva perchè lo ricordava adesso come il momento in cui tutto era cominciato senz’attenzione, per intento di discolpa, o perlomeno per insinuazione del ragionevole dubbio che si sospingeva, in una vittoria ragionata che lentamente avanzava contro il più debole, controindicandolo.

Così doveva essere pervenuto, al momento del bivio in cui aveva preso una decisione di una tale apparente banalità da confusioni miste e piatti di formaggio molle, che ben si accompagna con l’insalata belga, e costantemente invita al morso successivo, fino al momento della carta bianca che appena odora di quel che v’era prima.

Se ne era accorto in un momento di riflessione ferma, involontariamente o quasi scatenato dallo sguardo di lei che lentamente si abbandonava fino a chiudersi gli occhi, nell’ultimo degli inutili tentativi di passaggio, di quel passaggio che non aveva più portato da nessuna parte ormai.

Eppure, eppure non era la prima volta che provava a spiegargli le cose e si ripeteva che poteva essere più tollerante, che poteva accettarlo, e che comunque delle cose in comune le avevano anche e si potevano trovare, per solidarietà, nell’attimo prima della solitudine abbandonata, che vede il tempo avanzare senza difese, e sottilmente si abbandona a sua volta, rinunciandovi a tutto.

Charlotte si ripeteva che comunque ormai non c’era più tempo e che che lui sforzandosi doveva pur essere meglio, meglio dei mariti delle altre, che al quindicesimo mese di nozze già si erano dimenticati che forma avesse la moglie e si stavano guardando intorno come se fosse scritto a chiare lettere nel contratto, quello che avevano firmato in una mattinata di passione in cui non erano propriamente certi di quello che stavano facendo ma si raccontavano consolazioni di ritorno con cui tentavano di chiudere un vuoto che si ostinavano a credere colmabile, nonostante le evidenze della vita che sfacciatamente tornava a esigere il conto, puntualmente.

E meglio non era, definitivamente, ma questo lei non lo seppe mai, mai fino al momento del per sempre in cui si spiegavano le ragionevoli assenze di equilibrio che a tratti le facevano perdere la testa, in un moto alternato di solitudini e ossessioni di una normalità tranquillizzante che le impedivano una decisione, cedendo alla più intima delle debolezze che le piaceva nominare con le amiche seduzione, e di cui invece percepiva in sottofondo la grandezza e il potenziale taciutamente distruttivo.

E questo era stato il momento in cui lui non potè fare a meno di interrogarsi, spostando la vecchia Ford nell’ombra di una notte a fari spenti, inconsolabile.

L’aveva perduta, dunque. E perdendola non poteva sottrarsi alle incessanti richieste del dopo, che lo tormentavano fino a sentirsi nascere dentro la risposta di lei che per essersene andata non poteva più replicare. Si chiedeva se almeno alla fine, se poi lei avesse avuto un momento di lucidità disperata, di accettazione comprensiva e foss’anche perdono per la vita che non li aveva lasciati scegliere, se avesse capito senza lamentarsi, e si fosse allontanata con un moto di ringraziamento a conclusione, e due passetti svelti e pieni di grazia, accompagnati dal rumore dei tacchi che si agitano esilmente, in lontananza.

E l’impossibilità investigata del non avere certezze lo tormentava, facendolo vagare per ore e ore nel buio più completo della lucidità perduta, in stato indelebile di confusione, senza trovare una soluzione, al fatto che comunque lui le donne le amava, le amava di un amore possessivo e incorporante, come nessuno le aveva mai amate, appunto.

E loro avrebbero dovuto comprenderlo, del resto erano donne, erano fatte per questo, si ripeteva, e invece questa era la tredicesima, non la prima, la tredicesima, che gli aveva spezzato il cuore e lui poi gli aveva dovuto spezzare ad una ad una le ossa, e al termine dei lunghi tormenti, consegnarla alla stessa buca nel prato, quella buca che lui non riusciva a riempire pur continuando a provarci incessantemente.

Basel, 12 luglio 1986.

Annunci

Azioni

Information

2 responses

8 10 2009
FruFersen

Tutto bene Dianuzza?
Belle le tue ultime foto 😀
Ripassavo un po’ il tuo blog l’altra sera…un giorno ci spiegherai chi e’ Nina vero? 🙂
Besito
FF

8 10 2009
diana malerba

Ciao Cara,

tutto benissimo, e tu?
Sono stata un po’ presa ultimamente ma ci sono e ho in mente 2 o 3 post che devo buttare giù.

Nina è una ragazza svizzera, a cui è dedicato il blog e molte altre cose.

Come stanno i cuccioli? ❤

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: