le cronache chiare/johanna/epilogo

13 09 2009

E a Johanna bastò un minuto, uno soltanto per riconoscerlo. Lo riconobbe negli occhi lievemente allungati verso il basso che si muovevano di un desiderio involuto di riconoscimento che non doveva essere mai arrivato, nella delicatezza stravagante dei modi, nella ricerca quasi mascherata di un qualcosa d’imprecisabile, per il resto degli altri, forse, non per lei che lo guardava dal basso verso l’alto vedendone ognuno dei dettagli accuratamente coltivati per piacere a se stesso nelle lunghe chiacchierate di fronte allo specchio del salotto, il salotto in cui sua moglie doveva distribuire i libri un po’ qua un po’ là a mo’ di ventaglio per ravvivare un animo artistico che a far faville non aveva mai cominciato. Gli restituì uno sguardo vuoto e spaventato abbozzando un sorriso di salvaguardia, domandandosi la via migliore di fuga da quale lato doveva passare, e decantando il male ne studiava abilmente, sommessamente le strategie. Lui si muoveva nell’abitacolo lentamente, le mani avvolte in guanti di pelle e l’orgoglio caricato delle glorie giustamente attese, sforzandosi di rappresentarsi persino a se stesso, come la spalla su cui poggiare, nell’incertezza. Fabius non era mai stato nulla del genere, nè nulla di vagamente diverso dal solito, che non fosse banalmente rappresentabile nel metro palesemente sbagliato e taciuto di una poesiola da sabato pomeriggio sul balcone del lago, a conquistare la noia e stravolgerla nel piccolo piacere privato degli incompresi, e potersi poi lamentare un poco verso il tramonto, inutilmente. Nulla, null’altro che lei non potesse chiaramente distinguere in un’ombra inutile di nulla e camicie ben stirate, e frasi riprodotte dai migliori poemi, a ingannare sull’incostistenza dell’animo, di sotto i pantaloni. Lei non ebbe alcun dubbio, sentendolo pronunciare a bassa voce parole per se stesso, mentre la strada verso l’ospedale sembrava moltiplicarsi in un susseguirsi di lucine che evidenziavano passaggi di poca importanza, squalificandoli. Johanna si chiedeva in quale vita lui volesse condurla, e per quale strada che lei non avesse già accuratamente evitato per averla prevista in abbozzi di futuro da domenica pomeriggio con le zie del the, quelle che ce la mettevano tutta a indurla a ripetere gli stessi errori delle donne precedenti, senza un’opzione di scelta, un’opzione per sbaglio. E per sbaglio era successo a lei, di tramutarsi precisamente in tutto quanto aveva cercato di raggirare con la delicatezza calcolatrice che poi cade in un fosso, per noncuranza. E noncurante aveva finito per essere alla fine di tutto, quando aveva lasciato Daniel da solo a cercare di cavarsela personalmente in quello che sarebbe stato il suo primo aggrappo solitario a un sostituto inadeguato cui molti altri ne sarebbero seguiti. E in avanti seguitava lui, a parlare col suo uditorio immaginario sugli sbagli che si possono fare, quelli di cui non siamo colpevoli, e il resto, tentando di falsare il piacere con cui soleva ascoltare la propria voce, come in un’ubriacatura leggera che trova il massimo sfogo in un certo numero di bicchieri, adeguatamente.
E adeguatamente stordita fu lei, di troppo dolore e parole, che mescolandosi in fondo al bicchiere le restituivano il senso delle solitudini umane, e le interminabili ricerche che durano tutta una vita e di vita in vita sorpassano le generazioni, in un’alienazione gratuita impossibile da giudicare, tra il senno di poi e il senno di mai, le incomprensioni.
Fino a che dal fondo di un sedile sconosciuto, di un cuore intento alla scoperta di una certezza d’avere o non avere, gratificazioni di rilancio e tuoni in salita, stoppati dal rumore di un cuscino che cade, sfinita di dolore e delusioni d’aspettative non richieste, si alzò lei, al movimento lento di una portiera che s’apre e iniziò a incamminarsi, nella strada personale dell’incomprensione accettata, lasciandolo in silenzio alla ricerca di un pubblico.

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