le cronache chiare/johanna/capitolo/2

12 09 2009

E la fine non lo era di certo, ma piuttosto l’inizio. L’inizio del movimento di lui, che vedendola cadere dimenticava la paura in un minuto, anche meno, riscattandosi senz’averlo veramente preteso da un corpo sapientemente allevato di ricerche incessanti al minuto di gloria e figure retoriche, come pozzanghere di vuoti perdute nei cerchi e null’altro che potesse veramente arrivare. E invece era arrivato, facendosi strada con toni apparentemente pacati e formali tra gli amici di lei, che la circondavano senza comprendere, e per aver già molte volte compreso, rinunciato a pregare, non un dio, certo, che non si era presentato per tutte le altre colazioni conclusesi a sguardi persi nel vuoto di giorni di fame e di sete, ma almeno una possibilità, una pattuglia di passaggio che notasse la cosa e si sforzasse a reagire, per non dovervi assistere stringendosi a una di quelle morti nuove che colpiscono puntualmente i novellini, o almeno la parte più debole di essi, che parteciparvi era un po’ perdere un figlio, che per giorni e giorni non si parla d’altro nella place, di quello che avrebbe potuto essere, e la vita che non fa distinzioni, e che avesse preso uno di noi semmai, che ormai la nostra di lacrime e cartoni, e stracci lordi per accompagnamento l’avevamo fatta, e fatta malamente anche. E invece che non c’era dato alcun accenno di possibilità di scelta, di pianto semmai, e pianto di nascosto dalle altre vite che contemporaneamente scorrono, e si muovono di diritti dovuti nella pretesa apparentemente innegabile di paci quotidianamente imprecisatamente conquistate. E a scegliere in quel momento fu lui, non potendo essere lei, e scelse di prendere Johanna con sè simulandosi capo reparto fuori servizio che doveva aver mandato la provvidenza, che forse questa ragazza un angelo ce l’aveva, da qualche parte, a riscaldarla da dentro i cartoni.
Fu così che Fabius si trovò solo con se stesso in compagnia del panico, senza sapere precisamente come vi fosse arrivato nè cosa stesse facendo, e accese l’auto per metterli a tacere, blindati dal rumore autoritario di un motore che parte per arrivare laddove, i mille pensieri che lo avvinghiavano stringendolo fortemente alla gola in una lotta improvvisata che gli toglieva il fiato e gli colorava del colore della vergogna le guance e pure il collo, e tra tutti soffocante era il pensiero di Sabrina che si faceva strada nelle forme morbide e rotonde e appena abbozzate nella sua mente, che lo aspettava inutilmente nel letto nuziale nel tentativo svogliato di ingannarsi di lettura, immersa in uno di quei romanzi d’amore che lui gli aveva regalato a consolazione, come un sostituto non richiesto di qualcosa d’altro che non avrebbe potuto offrirgli e lo sapeva, e si chiedeva se a saperlo fosse anche lei. E il tempo non ci fu di aver risposta, che a chiedere qualcosa fu lei, che iniziava a muoversi dal sedile posteriore cercandosi a tentoni la forza di reagire, e al reagire di lui, che voltandosi le vide gli occhi dolorosamente contratti in uno spasmo conclusivo che ignorava ogni sguardo, ogni sospiro rubato, ogni inquietudine, per aver d’inquietudine in morte fatto l’abitudine, e perduto conoscenza delle cose di cielo, che troppo aveva conosciuto quelle di strada. Così che intravedendola nella sua piccola dimensione di dolore rimandato e consolazioni mai ricevute tra i ferri freddi di una panchina allestita, Fabius perdette ogni accenno di forza, e fermandosi il cuore e la mente in un attimo coscientemente isolato, tenutosi stretto per aver atteso troppo lungamente, di una cosa che fosse solo sua e sua soltanto, in una scelta volutamente poco educata e inevitabilmente forzata, fermò testa e cuore in un minuto di silenzio e spinse oltraggiosamente il desiderio in una mano poco abituata a cercare le strade di lei, e si allungò in forma di carezza rubata su quei capelli rossi sporcati di notti all’aperto e sudori di strada.

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