le cronache chiare/johanna/prologo

5 09 2009

Vide Johanna in una caldissima giornata di fin’estate, cosa doveva essere, l’ultima settimana, l’ultimo giorno di lavoro forse, non lo sapeva con certezza. Lei non lo vide. Lui la guardò una prima volta attratto dai capelli rossi, senz’aver capito dove veramente si trovasse, e una seconda, simulando una lettura impropria di messaggio mai arrivatogli sul natel. Poi si voltò una terza volta, nel tentativo di memorizzarne l’attimo, il luogo perlopiù, per poterci tornare liberamente col pensiero nelle prossime due o tre sere di discussioni che l’attendevano con la moglie su questo o quel costume da bagno da mettere in valigia e la cellulite che era inspiegabilmente aumentata di sotto i pantaloni, e i bambini che hanno bisogno di aria nuova e anche il cane Jones che ultimamente è un po’ nervoso e non sappiamo come fare e il cerchio di una quotidianità incertamente, noiosamente respinta, nel tentativo inutile di scovare un attimo di solitudine privata in fondo alla tazza che non si faceva mai trovare.

Così che quella sera, mentre Sabrina consumava in un’ignara solitudine di fronte allo specchio della camera da letto il rito lungamente atteso delle molteplici verifiche di conservazioni più o meno riuscite di bellezze presunte, lui rispose senza darsene conto che sì, quello rosso era certamente perfetto,  per la nuovissima estate spaventosamente ricalcata sulle precedenti. Fu così che la rivide, nello stesso gesto timido del mattino, nell’acconciarsi i capelli che le si rovesciavano insistentemente contro gli occhi. Indossava un cardigan di molte giornate quasi pulite sopra una di quelle ex t-shirt di qualche marca nota che ora lui proprio non riusciva a ricordare. Lei doveva ricordarla per forza, o almeno per leggerezza di passioni precedenti, le passioni che ora vagamente ricordava con un accenno di nostalgia malcelata in una di quelle chiacchierate alterate che odoravano di vino nel cartone, ed inquietudini. Lui pensava che non poteva essere una di loro, loro che vedeva tutti i giorni nei passi lenti e annoiati verso il suo ufficio, senza vederli. Lei sapeva di far parte di loro senz’averlo scelto veramente, per non aver saputo attendere i tempi della ragione maturata, in una eventualità che era emersa dalla polvere delle conseguenze inattese. Così evocava di nascosto nelle notti dei primi venti il tempo felice del conservatorio e la passione smisurata per Adelbert, l’insegnante di pianoforte appena giunto da München, Germania dell’Ovest, che le aveva lasciato in dono le prime nausee del mattino, e quel gesto che ripeteva con la mano senz’avvedersene, come a spingere l’aria di note, cercando una sinfonia che non avrebbe più trovato. Così come il piccolo Daniel, che aveva abbandonato all’UniversitätsSpital, Zürich, in una notte di disperazione e pioggia, quando riconobbe nei suoi piccoli occhi blu quelli di lui pieni delle prossime domande per gli anni a venire a cui non avrebbe saputo o voluto rispondere, e di questo era certissima, era, già ora non le sembrava poi così difficile. E difficile, difficile sarebbe certamente stato per lui indovinarlo nell’unico indizio dell’altra mano appena poggiata sul seno rigonfio a coprire il dolore, quello fisico almeno, che al vuoto del cuore non bastavano tre cartoni di quello rosso a riempirlo, tre poi per ipotesi, che alla Mythen-Quai, conosciuta come la rue clochard, di vino non ne girava più di due cartoni a sera, che con le ronde della polizia nemmeno il dolore aveva libertà di circolare.

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