le cronache chiare/storia di barbara heideger

25 08 2009

E venne il momento in cui dovette ammetterlo a se stessa, in un mercoledì di maggio alle quattro e zero cinque tra gli altri, al termine dei quattrocentoventi minuti canonici di passione, nell’aula tredici dell’istituto Ruggenacher, Adlikerstrasse 106, Redengsdorf.

Era il momento che Barbara Heideger attendeva tutto il giorno, con l’ansia autoimpostasi di chi alla sera ha un sacco di cose da fare e sistemare, un’intera famiglia da mettere a dormire, e tempo da perdere nemmeno un minuto, che anzi se le giornate fossero di quarantott’ore sì che ci sarebbe tempo per fare ogni cosa, altrochè. Lo ripeteva a se stessa come aveva sentito sua madre ripeterlo, senza nemmeno accorgersi che nel tempo di una generazione la storia era cambiata inavvertitamente e non le aveva dato il tempo di reagire sgraziatamente chiedendone indietro il conto, una spiegazione almeno, una parola rubata alla vita che era andata avanti senza di lei.

Nessuno aveva osato domandarle come era successo, come erano finite le cose, e quali fossero i suoi piani aggiornati alla catastrofe, nè qualcuno si era mai fermato un minuto per accorgersi del tempo che nell’attesa di ricominciare aveva vigorosamente proseguito, esaurendo le scorte caritatevoli di buona ventura e lasciandola sola con le cartacce infinite in cui annotava domande che le roteavano in mente per intere giornate, cercando una risposta che non avrebbe mai trovato.

Si erano abituati a vederla così, calma di una bellezza appassita male, in trentanove anni che potevano apparire quarantadue, cinquantatrè ben portati a giudicare dall’abbigliamento trasandato che non permetteva di indovinarne la professione se non in una di quelle casalinghe stanche e deluse dalla vita, cui i giorni cancellano ogni traccia di vitalità sul viso, lasciandole nude di fronte alla meschinità della solitudine, a loro che credevano d’avervi posto rimedio vent’anni prima, rivendendosi a basso prezzo la freschezza di una pelle attardatasi in mille promesse, e sopra tutte che furon d’amore.

La vedevano rincasare i vicini alla sera, con il passo svelto di chi non vede l’ora di rinchiudersi nell’unica stanza uso bagno e cucina che aveva preso in affitto da una vecchia signora ormai prossima alla morte, con cui Barbara trascorreva le sue sere migliori ascoltandone i ricordi di una vita, che perlomeno in narrazione doveva apparirle vissuta senz’attenzioni, con la ribellione sana del contadino pronto a dormire sul fieno, e in questo si perdeva, romanzandone gli episodi della propria per opporre una pur minima resistenza prima di capitolare in un vergognoso silenzio dichiaratorio.

Si era trasferita lì al termine dei giorni, il termine dei giorni felici con Jürg, esauriti troppo in fretta per potersi adattare all’idea e decidere di non seppellire il morto prima del tempo, ma perlomeno di tenerlo in casa, che non si sa mai, in una menzogna che alla fine dei pensieri non serviva oramai nemmeno a se stessi che dopotutto ci avevan provato, nei tempi in cui non sapevano nulla delle decisioni che non si possono prendere.

Era allora che aveva deciso di buttarsi senza esitazione nel lavoro nel vano tentativo di appagare gli ultimi avanzi d’istinto materno che ancora si ostinavano a tenerla in vita. Allora che aveva scelto di giocare una partita sporca nell’aula tredici dei bambini speciali, i casi disperati, cui inconsapevolmente doveva essersi candidata per assonanza, in un destino già scritto ben prima del tempo per cambiare le cose.

Così aveva creduto d’intraprendere una battaglia già vinta, una brillante carriera di notorietà e attenzioni guadagnate, e guadagnate caramente a spese di chi non poteva in alcun modo contrastarne l’ascesa. Aveva proceduto a larghi passi decisi, non confrontandosi con nessuno, in quattro metri per cinque di ampiezza del suo regno di cui era preparata a dominare per mancanza di concorrenti adeguati.

Ma a quei tempi Barbara Heideger nulla sapeva dei bambini speciali e delle disponibilità non corrisposte dalla menzogna, e fu così che si trovò a stringere sette coppie di mani che si aggrappavano al suo corpo maturo disperatamente, bruciandole ferite che affermava chiuse da tempo, senza l’accortezza di risparmiarle la verità nell’incapacità di bastare a se stessa che non aveva mai avuto il coraggio di pronunciare.

Redengsdorf, maggio 1984.

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