le cronache chiare/per anita

20 08 2009

E così ella lo sapeva, che amava una cosa di lui, e quella immensamente.

Lo seppe rientrando dalla passeggiata con il cane friz, un avanzo di barboncino bianco che il marito gli aveva portato d’una domenica pomeriggio di quasi vent’anni prima, quando al più doloroso dei risvegli si accorse che il piccolo fabrizio li aveva salutati tutti, andandosene prima di venire.

Lo seppe con un brivido improvviso, che era quasi a casa ormai e il grande campanile di fronte a lei era sul punto di suonare con le dieci il termine della sera, i primi pensieri di domani e tra tutti che non c’era abbastanza parmigiano in frigo, e che ricordarsi di comprarlo non era cosa da poco, che andrea era sul punto di tornare e che in quelle male sere di preoccupazioni adorava infilare il cucchiaino nel sacchetto mentre l’ascoltava e prenderne a più riprese, per il gusto di sentire l’incostistenza delle palline morbide sciogliersi sotto la lingua in un lunghissimo istante di piacere. Si giustificava senza che fosse richiesto, dicendo che l’abitudine lo avvicinava alla moglie, fornendogli nella pesantezza delle ultime parole il preludio dell’amore, e il sapore forte e deciso che lei avrebbe cercato quindici minuti più tardi del tutto ignorandolo tra le sue braccia.

Lei gli ripeteva che non lo sapeva certo lui, quello che cercava, in una di quelle punte di adorabil decisione che ancora la turbavano e le regalavano quell’espressione da ragazzina imbronciata che l’aveva conquistato in un pomeriggio in cui portava avanti una disperata guerra contro la calura estiva che tormentava il lago nei suoi momenti migliori, quando alla passeggiata dei fiori si incontravano le melodie dei violini mal suonati sulle strade che richiamavano le svizzere in vacanza, in quello scorcio d’italia che quasi non lo era più.

Ricordava quel momento come se fosse accaduto il pomeriggio precedente, la maglietta gialla di una taglia più piccola portata sopra di una gonna cortissima a pieghe, e le sneakers di pezza a concludere il tutto. Come una pagina improvvisata.

Non l’aveva sopportata di lui, eppure quella sera seppe dire cosa senz’averlo più cercato di comprendere, nella rassegnazione muta di chi ha finito di chiedere.

Lo seppe in un attimo di turbamento che la colse senz’avvisare, mentre a testa bassa attraversava la contrada delle orfanelle, sfilando davanti alla trattoria dei combattenti con le espadrilass giallo chiaro e i capelli raccolti per distrazione, improvvisandosi un’altra per non doversi fermare.

Lui glielo disse la prima volta senz’attenzione, senza attenzioni nemmeno per lei che si aspettava nessuna parola, nel desiderio ammaestrato, sapientemente misurato delle svizzere al sole.

Eppure era la birra, era il sole o l’insolenza della giovane barba che si faceva avanti senza domandare, eppure lo disse nell’attimo prima in cui si sta per andare.

Con voce calma, apparentemente inturbata per la sua giovane età.

Che lei sì, era poi vero che cercasse le emozioni forti, ma forti fino al ginocchio, ai tre quarti appunto, e non un dito più in là.

E lui invece, lui lo sapeva che non giocava per vincere, ma per tenersela stretta nella chiusa dell’abbraccio lunghissimo della passione temperata, che prima o poi avrebbe capito di cercare in tutto il tempo della vita, o perlomeno nel tempo che avevano.

Como – Cadempino, 19 agosto 1987.

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