le cronache chiare/a ursula

17 08 2009

E così ella sapea delle stagioni, e della cosa sola che in tutta vita cercava il passante, come il dottore cos’il mendicante, neppur sapendolo. Così che lo raccolse sulla chiusura di uno di quei bottoni di madreperla che non si usavano più, al termine di una sera di molte, serenamente agitata del movimento d’un dondolo in giardino.
E con la memoria tornaa ai ricordi di tutt’i tempi, e scegliendoli di quelli ch’il tempo gliel’aveano nascosto per ossessione, si soffermaa sui baci giovanili e la passione delle prime notti abilmente sottratta al controllo delle madri di dietro al portone, ai bimbi col pallone, alle solitudini malnascoste dalle ombre lievi della persiana.
E v’era stato poi edoardo, sposato di cert’amore al venticinquesimo, sottratto p’onor di sfida alla maddalena, ch’ella poi avea tenuto pur non volendolo, come si usava fare per condoglianza o per maldicenza, col dono sbagliato, per non v’offenderne.
E in quel momento ch’eppur lui lo seppe e non vi fece piega, con la rassegnazione anziana di chi preferisce un bastone al vuoto inspiegabile della solitudine e porta in dono un piccolo cane, a sostituto indegno dell’amore che non si trattiene, che non ci rimane, ch’abbiam perduto.
Non sapea allora, se era quello il giorno in cui venne a conoscere, che solitudine era la parola, ch’inultimente avea tentato nella disperazione ultima di non pronunciare, di ritenere nell’orlo dell’abito che si togliea davanti al marito senza guardare, in un amore affrettato di pur’emergenze e disillusioni. Così erano arrivati i due figli, alti d’un biondo lucido com’il padre, che ella aveva amato d’amor completo e solidale, in concessione massima di corpo e anima, senz’esitare.
In essi aveva cercato le completudini, le rassicurazioni stanche di mezza vita che confermassero che v’era giusto, e che nulla più si potea chiedere, che certo non v’era attesa di comprensioni ultime o ultimative.
Fu così che v’intrattenne trent’anni di vita in comune, che pur andaa vissuta, ed ella sapea che in fondo ai sospiri dei giorni v’era un incisa poi, e v’insistea sulla sedia, aspettandola al varco.
Così che accade ai pochi, che quando non si aspettano più ormai per conclusioni di niente arriva qualcosa, e nelle sere della maturità sola incontrò maria, che v’avea di forza poco di più, m’indubbiamente molto d’amore, e ritrovò i baci dei tempi perduti ai tempi che ormai non si cercavano più. Tal fu l’ultimo del lungo amare ch’avea conosciuto che quando lei se ne era andata non v’era più nulla, nulla da tendere nè poi da compiere, ed ella in grazia di sè stessa si dondolava, cullandosi del moto lento del pendolo antico, del mobile odoroso su cui poggiava, nel lento passeggiare delle stagioni che ancora tornano e si confondono. Al ritmo leggero del suo rammendare ella null’altro che il temine vi attendea placida, e in dolce attesa alla morte vi cucia una tasca.

Rothenbrunnen, primavera 1968.

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