siamo arrivati

gennaio 13, 2010 di diana malerba

e possiamo dirlo, in questo primo bilancio dei quasi 30, siamo arrivati amici. Tardi, per un copywriter, da perdere l’ultimo treno della costruzione metaforica risonata e sonante, interessante, ma siamo comunque approdati nel campo, di grano e cotone, di soddisfazione.

Siamo arrivati. Col TILO a Lugano, in quella Svizzera che cercavamo, di sopra delle pretese e delle sorprese, delle felicitudini. Siamo arrivati, e in molti ci avete chiesto di come stiamo, di cosa facciamo, e dobbiamo poi dirvelo, che il nuovo anno è iniziato meglio d’ognuno dei precedenti, di carte sul tavolo e cartoline, che dai grigioni abbiamo spedito in d’ogni dove.

Crediamo ancora si possa fare, sperare sudare, partire, provare a capire.

Viviamo in quell’angolo di Italia che ancora confina, a un passo più a sud di tal nota dogana, sull’ultima cima d’una montagna isolata, eppur sistemata, di mezzo alli altri che nemmeno ci vedono. Ci contorniamo, di amici di nord e di sud insubricamente presenti, parenti, a tratti.

Bassotti, che ci hanno seguito in tutte le case che abbiamo lasciate, smarrite, ricostruite.

Ci felicitiamo, d’attraversare ogni giorno tal noto confine al sonare di Alice, movendoci svelti per ogni mattina di nuovo lavoro, di riso e risate, di insalate.

Siamo tra i fortunati che arrivano sopra Lugano prima dell’8 tra guanti e cappuccio, che dicon mi piaccio. Che dicon beh anche questa mattina siamo arrivati, e non ci siamo sbagliati.

Ringraziamo Sketchin, web design and more studio in Canton Ticino, dove abbiamo il privilegio di seguire progetti come UXmagazine e UXconference, e tutti gli uno che credono ancora in un mondo possibile di esperienze gradevoli.

à vous.

abbiamo detto

gennaio 12, 2010 di diana malerba

svariate volte che ci teniamo, ci tentenniamo, ci dondoliamo da queste sponde. Abbiamo letto, tavolo e sedie, di questo lato, e vorremm’il nuovo, e l’altrove sponda.

Ci riflettiamo, e più che prima vi richiediamo, un appassionatissimo consiglio di quelli giusti, se dop’il lavoro possiamo pensare anche alla vita, di quelle ricche, ricchissime anzi, in certe case di lusso che solo a Lugano, e forse i dintorni, di sole andate, e i mai più ritorni.

Pensateci anche voi, e nel dubbio, cercatevi uno svizzero.

à bientôt

abbiamo atteso

gennaio 2, 2010 di diana malerba

la mezzanotte, quasi come le altre notti, dove non l’hanno attesa in molti, specializzandoci.

Sufers, 127 abitanti di cui nemmeno 50 bevevano il vin brulé insieme a noi, sotto il tetto della stessa stalla, nel nido rilasciato dall’incontro di svariate tobleroniche montagne e in viso il lago, coprivasi di neve lasciandoci involtati, attarallati direbbe qualcuno, in un mondo piccolo come una casa illuminata dalla luna.

Col nuovo anno poi eravamo in quattro, su una panchina di neve alla cima altissima del monte, a buttarci giù in slittino biposto dentro del nulla, e le schegge di neve a scostarsi piano sul nostro viso. Così, di dentro una conca di caldo e baci, abbiamo aperto gli occhi sul 2010.

E vogliamo credere sia solo l’inizio.

Felice inizio per tutti voi.

le cronache chiare/marianne o della fine inattesa/3

dicembre 9, 2009 di diana malerba

Così, muovendosi mollemente verso la piazzetta deserta del primo mattino, cercava nella tasca del cappotto l’abbonamento del bus che cercava più volte al giorno lasciandolo in un luogo diverso, odiando quel rito insensato del controllo preventivo, lei che il biglietto lo pagava da tutta la vita e non capiva, quelli che non pagavano poi da che parte finivano, a perdere tempo, inutilmente.

Marianne era una che il sovvertimento non l’aveva mai interessata, che in fondo non era cosa dei suoi giorni il ribaltamento del cosmo e sistemi confini, nessuno, l’aveva vista mai ribellarsi pubblicamente alla vita in quello che le si era sfacciatamente rivelata. Qualcuno, l’aveva vista smarrita nella continua, incessante ricerca che le moveva i piedi e le mani, non la faceva finire, l’allontanava. Pensava, mentre il bus si spostava pesante per le strade umide e strette delle montagna, nel percorso allungato e nervoso del primo mattino, che le regalava almeno, togliendoglielo, il tempo di pensare alle cose cercandogli un senso, volendolo, trovare, forse lo avrebbe trovato, rubato, abbellito in altri angoli che non gli appartenevano.

Si spostava dalla vuotitudine delle cose accatastate sul sale, come amava fare nei momenti di rara, solitudine, in cui nessuno stava aspettandosi qualcosa dalle sue mani inutili di mansioni segretariali accuratamente svolte senza guardare, ignorandole, per ragioni mai indagate che lei nemmeno volendolo avrebbe potuto, fermarsi a spiegare a chi vestiva altri panni, riempiva altri letti e non conosceva.

Aveva voluto fare molte cose Marianne, avendo invecchiato distrattamente negli anni di dolorosi, doloranti spostamenti incessati e ricerche si era ritrovata, nuovamente seduta al divano di tutte le sere e di tutte le case che aveva adattato a sè stessa, sorridendosi sola, interrogandosi all’anima per non disperare.

Così sì dondolava di nevrosine mista in silenzio dal sedile del bus, spostandosi in punta di gambe su un tremolio di ritorno, sporcamente riflessa nel finestrino gelato tra le gocce in discesa pensava che certo, per il lavoro si era acclimatata presto sul niente, avendoci riflettuto e lungamente, che scrivere e vivere non erano possibili insieme, non nel suo concetto di libertà prematura che la aveva frettolosamente trasferita nei luoghi meno ospitali, e che l’aveva condotta ad accettare un lavoro tra gli altri di umiliazioni e sbadigli per non lasciarsi morire, non di fame, perlomeno.

Ma del resto del piatto non poteva rassegnarvisi, spingendolo a forza e bicchieri di latte a addolcire la cosa, che aveva lungamente investito e creduto nei prossimi, e pazientemente aveva atteso e mischiato, e poi smosso e cercato, e ancora provato, e poi, ostinatamente non si era voluta adagiare a mangiare di pasta e fagioli anche al momento del dolce. Li aveva cambiati cercandone altri, poi altri migliori, e alla fine si era ritrovata parlandosi sola di un nulla di nuovo che mai e poi mai sarebbe arrivato.

Sfinendosi, si era infine accontentata ad amarli poi quelli, dovendo concludere che non ce ne erano degli altri.

Tschuggen, 18 novembre 1987, un’ora e tre quarti più tardi.

è una giornata

dicembre 7, 2009 di diana malerba

di quelle uggiose, a Zurigo, che si portano via qualche ombrello sotto la pioggia.

Noi vi scriviamo dal My Place, in pieno centro, dove sorseggiamo una cioccolata e rimaniamo in attesa, di una passeggiata nel pomeriggio, in serata anche, ai mercatini di Natale.

Certo, potremmo comprare qui qualche oggetto di design, il tavolino e la sedia da cui scriviamo, la piccola lampada blu poggiata nell’angolo accanto alle due studentesse che chiacchierano del prossimo esame.

Tutto è in vendita, e tutto, piacevolmente in movimento.

La connessione wi-fi, invece, è gratis. Per la prima mezz’ora, poi al prezzo popolarissimo di 5 CHF/1 h e 7 CHF/2 h.

Beh, se siete da queste parti, entrate, il caffè ve lo offriamo noi.

My Place, Design&Coffee Shop, Hottingerstrasse 4, Zürich, 12:18.

trovare lavoro in svizzera prima di tremonti/siam gente educata

novembre 27, 2009 di diana malerba

che, come dire, quando c’è da ringraziare, ringrazia.

Ringrazia d’aver passato il confine, per leggere sconcertatamente dal Corriere del Ticino che tale Tremonti andava sbilanciandosi e non di meno inciampandosi, ignorandoci, con affermazioni ch’indignano, su come i ticinesi siano tutti mafiosi, e che fosse per lui manderebbe l’esercito qui da noi, a fare cosa poi, ci domandiamo, che come ben sappiamo son proprio i primi a chiamar primi i secondi.

E poc’importa poi, che in 55.000 siam sulla frontiera a guadagnarci pane e bene, che le tasse poi in italia le paghiamo lo stesso, che venga lui a prender freddo tutte le mattine da queste cime.

Silenziosamente vergognamo per tanta arroganza dal Bel Paese e sentitamente ringraziamo, di non farne quasi più parte.

Danke vielmal, babe.

(Sappiatene di più)

abbiamo fatto parte

novembre 26, 2009 di diana malerba

delle numerose ascoltatrici, e in che numero, e ascoltatori, pochi ma ve n’erano, di Letteralmente Femminista, ieri sera, alla Libreria Punto Einaudi di Como, per la presentazione del libro di Monica Lanfranco e a seguire discussione accennata ma ricca d’intenti, sulla condizione femminile passata e attuale con tanto di percorsi storici e prospettive future.

Dobbiamo dire che l’evento era ben organizzato e la sala piena, purtroppo di donne giovani giusto l’ombra (noi e Francesca tirando le somme) e la stessa ombra non ha, purtroppo, trovato molto spazio, pur avendoci provato.

Ci sembra comunque di dover rilevare, in una città avviluppata su se stessa qual’è Como, una voce in sordina, quella di quelli che la pensano diversamente, e che faticosamente in questa città trova spazio. Ecco queste e questi ieri sera hanno espresso la volontà di incontri frequenti, di fare qualcosa, di esserci concretamente sul territorio.

Facendo i seri una volta ogni tanto, e trovandoci non per la prima volta in questo stato, ammettiamolo, siamo tornati a casa sentendoci un po’, dei sovversivi.

Come dire quelli che nuotano contro corrente con tanto di pantegane bianche elegantemente striate di viola.

cronaca insubrica sulla condizione femminile, inverno 2009, personale.

gente di friburgo/gustav

novembre 25, 2009 di diana malerba

lo seguiamo da un po’, per note artistiche precisamente del nostro genere.

Ve lo lasciamo in assaggio, consigliandovene una consumazione scordinata e continuativa, e più che altro, riservata. Ai pochi che, come noi, lo apprezzeranno in ogni nota, lo passeggeranno in ogni strada, dondolandocisi impercettibilmente.

Assaporatelo qui, cominciando dalla Berceuse.

E se decidete di comprarlo, canticchiarlo, riproporlo, in una serata di stelle sotto la cattedrale, ci vediamo a Friburgo.

le cronache chiare/marianne o della fine inattesa/2

novembre 24, 2009 di diana malerba

Rientrava silenziosamente al termine dei giri sforzandosi di non fare rumore, girando la piccola chiave cerchiata di viola, salendo le scale con certa soavità che ripeteva rispetto, quello che gli altri non le avevano poi sempre riconosciuto, sordidamente intenti a sbigare dell’altro, per giustificazione. Marianne si muoveva lievemente sui pochi gradini che la separavano dal calore di casa,  per non svegliare la Blanche che già si era alzata, e a 87 anni compiuti ancora divideva con lei lo stesso pianerottolo, l’ora si sveglia e quella di letto, la completudine di un piccolo animale che le desse l’immagine almeno, di qualcuno cui parlottare di fronte al rientro, per distrazione, mentre sbollentava la verdura di poco passata, che comunque ancora era buona, per risparmiare.

Erano le 6.40 della stessa mattina, e il profumo di casa le riempiva la faccia, mentre avvicinandosi ai fornelli si rinfrancava, di latte caffè e le solite assenze, quelle che avrebbero alleggerito il peso dei giorni e invece s’andavano, ingrossando liberatamente, rappresentando, come una caviglia di certa gravidanza di niente che vuoto per vuoto gonfiava lo stesso, e dolevano i seni in cerca di mani, dove nulla di altro avrebbe potuto.

Stringendosi, Marianne s’allontanava dal fornello nervosamente, iniziando a smuoversi di pesantezze scomposte per la casa, fingeva pretese diverse sistemazioni di arie, le confusioni che si insinuavano negli angoli arruffati della casa, nei mesi negli anni, nei vuoi e nei pieni, che le mani avevano pur sempre trattenuto per sopravvivenza. Si preparava. Infilava un’altra delle stesse camicie che cambiava il colore, il pantalone di rito e le calze nascoste,  i capelli, leggeri sui pensieri pesanti, si incamminava.

Muovendosi verso la salita del bus respirava di fretta e si riempiva le spalle, dei doveri di grigio e le nuove umiliazioni che attendevano di essere sopportate.

Tschuggen, 18 novembre 1987, un’ora dopo.

siam di ritorno

novembre 23, 2009 di diana malerba

per certi versi, da tale concorso letterario di provincia che molte cose ci ha insegnato e rimarcato, volendocele mettere davanti al naso. Prima tra tutte, a localizzarci. C’est l’Italie, se vuoi partire, devi arrivare, per prima cosa, in certi letti di certi detti, e non diciamo. C’è da procedere, tra trame e dame, di pranzi e cene, tutt’in famiglia, e ‘l polpettone poi, fa sempre voglia.

V’è buona norma, inoltre, scrivere raccontando in prima persona, come quelle donne di casa che scrivono per occupare il tempo, tenersi allenate in fantasticherie di frontata, di quelle che sollevano dalla disperazione per quattordici minuti e poi via, giù nell’abisso del letto sfatto. Ma non temiamo, c’è sempre una, geniale, anima pelosa, a fargli compagnia, le disperate.

In conclusione, e lo terremo presente quando nei termini non riusciamo a chiudere lasciando ai lettori un’orma impressa per due minuti, due ore, una riflessione, la motivazione del tutto della smossa dell’animo, nel non sapere vi è da provare, cos d’eccezione, bella mamma, bella papà, grazie.

Indignatamente parlando renderemo pubblico l’oggetto del contendere, che su queste pagine sovranamente regnamo, e con l’happy end ci facciamo i frullati misti nel pomeriggio, per rinfrescare il popolino di passaggio.

Au rêve.